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Con Angelo Marzatico (Angelone, per gli amici) ho condiviso 40
anni di amicizia e di frequentazioni concertistiche:
dai tempi d’oro dei cicli d’organo dell’Università
Cattolica (organizzati da Angelo Rosso) a quelli
dell’Angelicum, da quelli in Chiesa Protestante a quelli
in Santa Maria Segreta, dai concerti in San Simpliciano
a quelli in Sant’ Alessandro.
La sua cultura musicale spaziava in tutti i generi e in
tutte le epoche, ulteriormente ampliata anche grazie agli
anni trascorsi nel reparto di musica classica di Buscemi,
noto negozio di dischi di Milano.
Io invece mi limitavo (e mi limito) all’organo e alla sua
musica, in questo guidato anche dalla sapiente mano di
Peter Williams che all’organo e a Johann Sebastian Bach
ha dedicato una gran parte dei suoi studi e dei suoi libri.
Entrambi, anche se in modo molto diverso, mi hanno
stimolato nella mia personale ricerca.

Claudio Greco

La vita di Augustinus Franz Kropfreiter (1936-2003) è ancorata al monastero di St. Florian, nella scia della memoria di Anton Bruckner che iniziò all’organo di quella comunità agostiniana la sua strada di compositore. Organista e compositore dotato di grande spirito innovativo, amava l’improvvisazione da cui traeva gli spunti per creare architetture di suggestiva potenza evocatrice. Egli diceva di rifarsi ai suggerimenti poetici di Hindemith, di Franck Martin o al severo artigianato di Johann Nepomuck David. Di fatto Kropferiter (che proveniva da serissimi studi accademici) è uno spirito libero capace di librarsi in ricerche dodecafoniche, in ambiti politonali, in un tragitto polifonico policromo, inseguendo un risultato di fervente spiritualità musicale. Non aveva modelli e la composizione delle sue sinfonie, dei concerti per strumento solista e orchestra (tra gli altri, si veda il “Concerto di Lipsia” per organo e orchestra del 1984), non lo distrassero dalle pagine organistiche, dai foglietti della domenica, dalle miniature raccolte dalla editrice di Paderborn in “Orgelstücke zum Gotteslob”. In quest’ambito si comporta come un autentico organista liturgico con preludi ai corali, interludi, intonazioni sul canto gregoriano, postludi al canto eseguito, che fanno risaltare lo spirito di adesione alla liturgia e alla sua solennità: tutto ciò senza rinunciare alla unicità del suo stile che fa di Augustinus Franz Kropfreiter uno dei più importanti musicisti

austriaci del secolo scorso. (g.n.v.)

La “Toccata Fantasia” di Bettinelli si colloca al centro del ‘900 come un punto di riferimento. Questa composizione non era una “visita” di curiosità in una nuova landa creativa come poteva essere l’utilizzo delle tastiere e della registrazione organistica. Bruno Bettinelli (1913-2004) fa sentire sin dall’incipit in “ripieno”, nato ad  illustrare un “allegro” che appare quasi concitato, una ben più ampia concezione estetica, la sua riflessione drammatica, la sua concezione che legge la musica e l’arte in un tempo in cui si preannunciano grandi rivolgimenti, in un frangente dove  una umanità allargata comincia a guardarsi e interrogarsi con maggiore impegno, con maggiore coscienza degli orizzonti che si stagliano davanti. Nella pagina di Bettinelli, divenuta oggi un classico del concertismo organistico internazionale,  abitano gli “spiriti della sua casa”: la memoria del passato che davanti al suo pensiero si trasforma e rivive  in una foresta di contrappunti, di slanci politonali, di accentuato senso ritmico in uno spazio di un totale cromatico di sovrana bellezza. Un autentico umanista, dissero di lui, un uomo di nobile affabilità, un musicista “inevitabilmente moderno con una severità di natura antica” e un uomo dalla sensibilità sorprendente.  Nel 2001 scrive una poesia di delicata intimità e il  suo  testo poetico  diviene un mottetto (lo dedica a Gian Nicola Vessia), una pagina a  4 voci dispari il cui titolo è “Implorazione di un musico”...

O signore,

mio Signore che vedi

nel profondo segreto del cuore,

perdona.

 O Signore,

mio Signore che odi

il lamento dell’uomo che soffre,

conforta.

 

O Signore,

mio Signore che sai

l’inesausto patire del mondo,

m’ascolta...

la preghiera che affiora col pianto,

Signore esaudisci e trasforma le lacrime in canto

Signore, in canto Signore

Mozart era felice a Praga. Molto più che a Vienna. Nelle vie di Malá Strana, forse cercando un boccale di birra in quelle taverne di antica struttura, sentiva gente comune fischiettare arie delle sue opere: non c’è sensazione più bella per un compositore...Praga era nel pieno ‘700, non solo  una nuova città in pieno rilancio architettonico: era anche un agglomerato di case e chiese   bagnate di pioggia musicale. L’accoglienza della musica mozartiana era stata, per così dire, anticipata e costruita dai musicisti che  le istituzioni

cittadine avevano invitato per  fare grande la cultura della città insieme agli architetti più in vista e Praga ospitava, così,  le “prime” delle opere musicali più innovative. Non solo teatro, però: Frantisek Xaver Brixi (1732-1771) illuminava le volte di San Nicola con i suoi concerti per organo e orchestra, pagine scritte con mano felice, con fare preciso, melodico e ritmico. Bella musica che ai quei tempi andava a fare compagnia ad altre 400 opere sacre, dello stesso autore, ai pezzi per organo e cembalo, agli oratori, alle sinfonie. Praghese, figlio di praghesi, Brixi dava smalto alla sua personalissima vena ispirandosi ora alla scuola italiana ora alla scuola viennese, consumando la vista sui pentagrammi di Alessandro Scarlatti, su quelli di Caldara e di Fux, ma forse i preferiti erano i napoletani Feo e Durante? Chissà... Per Mozart quindi Brixi fu un precursore. Dopo di lui fu più facile per il pubblico lasciarsi assorbire da pagine di grande scuola o dalla immediatezza della fantasia  mozartiana. (g.n.v.)

Renzo Bossi (1883-1965), maestro nel ricollocare su carta “ricreazioni” orchestrali da pagine antiche o da composizioni della cerchia famigliare. Insegnava composizione a Milano (tra i suoi allievi Bruno Bettinelli), dirigeva orchestre soprattutto in Germania e non disdegnava la composizione, anche quella organistica, discendendo dal padre, Marco Enrico, e avendo come zio quel Costante Adolfo che fu tra i più longevi organisti del Duomo di Milano.

Era il 1929 quando uscì il primo numero della rivista “I Maestri dell’Organo”. Vittorio Carrara, il fondatore di quelle che allora si chiamavano le “Edizioni Periodiche”, faceva sul serio: presentazione  in italiano e latino e poi il primo sguardo all’internazionalità con la prefazione in inglese, francese e tedesco. Agostino Donini, allora maestro di cappella in Santa Maria Maggiore a Bergamo,  era il severo direttore artistico, ma era facilitato dalla qualità dei collaboratori che si chiamavano: Vittadini, Bambini, Matthey,  Picchi, Caudana, Pagella, Ravanello...Agli italiani rispondeva il meglio della scuola belga, gli spagnoli Otano e Padrò, il francese Collin, la brava Mel Bonis anche lei dalla Francia, la fantasia di un giovane Padre Plum si faceva conoscere per la prima volta insieme allo svizzero Breitenbach...Alla soglia dei 90 anni molte pagine di queste raccolte non perdono in fascino...

Don Antonio Demonte (1919-1998), rese celebre “Maestri dell’Organo”, una pubblicazione che ancora oggi conserva il suo fascino. “Nova et vetera” nella pagine scelte da questo sacerdote, sobrio, operoso e di grandissima cultura. Organista della cattedrale di Torino, era diplomato in pianoforte, organo e composizione organistica; in musica corale e direzione di coro, in alta composizione e  direzione d’orchestra. Non mancava nel suo curriculum il perfezionamento in canto gregoriano. Un punto fermo della musica sacra del ‘900.

John Ireland (1879-1962), ebbe Benjamin Britten e Richard Arnell tra i suoi allievi di composizione al Royal College of Music. Musicista dal nobilissimo linguaggio fu anche organista a Chelsea dal 1924 al 1926 nella chiesa di St. Luke. Amava comporre e numerose sono le sue pagine per orchestra e preziosi i suoi cicli di liriche per voce e pianoforte. I suoi brani d’organo sono spesso di elegiaco raccoglimento come The holy boy (A Carol of the Nativity) il suo pezzo più conosciuto, nato da una raccolta per pianoforte e via via trasformato e rielaborato in tutte le versioni possibili visto il gradimento del grande pubblico. Per gli organisti amanti dello stile inglese con i riflessi di antiche citazioni, non mancano gli angoli della tradizione nella scioltezza del Minuetto-Impromptu e nell’ allegretto pastorale di una bizzarra Villanella. Atmosfera di storie e leggende...

Satie: appunti e nostalgie

Edito da RAUM Italic e distribuito in Italia da Corraini Edizioni, "Satie: appunti e nostalgie"

è un’originale biografia di Erik Satie scritta da Gian Nicola Vessia, accompagnata dalle inedite illustrazioni di Federico Maggioni. “Il racconto della vita di un musicista dalla fantasia sorprendente. Un uomo seduto alla tastiera del pianoforte con elegante noncuranza, malinconico, acre nel suo umorismo e dolcissimo in molte delle sue note e delle sue pagine che dichiarano l’autenticità dell’artista.” 

 

Gian Nicola Vessia è autore di numerosi saggi e articoli musicologici e di numerorse pubblicazioni e trascrizioni di pagine organistiche e polifoniche inedite. 

 

Federico Maggioni ha illustrato libri per le maggiori case editrici italiane e le sue tavole sono apparse su numerosi periodici e quotidiani.

Ninne nanne d'autore

Psicologa dell’età evolutiva e musicologo in contrappunto. Fabrizia Alliora scruta, con scientifico incanto, il dialogo tra mamma e bambino al suono di una ninna nanna cantata a bocca chiusa. Gian Nicola Vessia percorre e racconta, con riflessivo stupore, le pagine di musicisti come Brahms, Chopin, Puccini e di molti altri che hanno composto musica guardando una culla. Un piccolo libro, magistralmente illustrato da Alessandro Sanna, per suggerire di continuare a inventarsi melodie per un bimbo che non vuol dormire.

Il libro è distribuito in Italia da Corraini Edizioni.

 

Fabrizia Alliora, psicologa-psicoterapeuta infantile nei servizi per l’età evolutiva del Servizio Sanitario Nazionale. Esperta in attività di prevenzione e clinica nell’area maternoinfantile. Docente del Master AIPPI-Tavistock Clinic in Psichoanalitic Observational Studies della Essex University di Londra.

 

Gian Nicola Vessia, musicologo. È autore di numerosi saggi, articoli, pubblicazioni e trascrizioni di pagine organistiche e polifoniche inedite. Per RAUM Italic ha pubblicato Satie: appunti e nostalgie e Forchette e melodie, illustrati da Federico Maggioni e Riccardo Guasco.

 

Alessandro Sanna autore e illustratore. Nato nel 1975, vive e lavora a Mantova.

Tre volte Premio Andersen. È inoltre Docente di illustrazione per l’editoria presso

l’Accademia di Belle Arti di Bologna.

Forchette e melodie

Un libro “musicale” dedicato a grandi compositori – da Bach a Vivaldi, da Puccini a Gershwin – e alla (loro) cucina.
Le bellissime illustrazioni di Riccardo Guasco intervallano ricette e melodie raccontate magistralmente da Gian Nicola Vessia.

A domani, signor Ravel

“ Ravel era inappuntabile. Quando lo vidi la prima volta, pareva riposarsi, seduto al tavolo di un caffè con alcuni amici. Sorseggiava qualcosa che doveva dargli un certo piacere, insieme a quella sigaretta rea le dita che faceva parte del suo essere elegante....”

 

Così inizia questo piccolo romanzo fatto di parole irrorate di suoni, pastelli languidi di Parigi che indossa anch’ essa l’ eleganza di Ravel e il ritmo di Bolero...Un Ravel da amare in questo racconto dai toni delicati...

Sonus Organi (Poesie scelte)

I versi di brevi poesie

si arrampicano sulle

tribune di antiche cantorie:

"Ritornelli che passano

e ripassano", scriveva

un poeta, sulle facciate

di vecchie canne d'organo,

sulle tastiere umide

di corali e di registri

sonori. Un mondo dolce

al canto e al suono.

Racconti di ciaccone

fughe e di accordi

che fioriscono

con il suono della parola.

Gian Nicola Vessia,

foto di T.LRossi

I libri sono disponibili sul sito delle Edizioni RAUM

Bisognerebbe amare molto di più la musica di Flor Peeters (1903-1986) e suonarla inseguendo il fascino della sua poliedricità, cercando di scovare le formule non convenzionali del suo scrivere musica per organo. Gran parte del suo catalogo comprende  infatti composizioni per i manuali  e per la pedaliera, considerate travi portanti della attività che svolse per 45 anni come organista al Duomo di Malines. Vero è che  una imponente attività concertistica e  didattica (fu per 26 anni direttore del Conservatorio di Anversa), riempiono una vita attivissima, ma la fedeltà al servizio caratterizza il suo stile di compositore liturgico sul cui modello estetico ancora adesso si discute. Qualche musicologo si sofferma sulle forme e sui frammenti tematici, sul senso ritmico spesso sincopato con accenti spostati e inaspettati, sulla originalità di certi rivolti e di cadenze mai lasciate al caso della loro naturale destinazione. E’ una accuratezza formale che indica un ripensare moderno della musica sacra. La modalità gregoriana conferisce sapore a decine di pagine, ma anche il dettato barocco e il corale bachiano rivisto con una nuova e fantasiosa sensibilità affascinano l’esecutore. Peeters pensava spesso alla attività dell’organista praticante, aiutandolo a percorrere nuovi sentieri con la sua scrittura neo-classica dove non mancano dissonanze, artifici cromatici, dispostivi di contrappunto, ma anche conducendolo sulla strada di una sapienza melodica che gli proveniva dall’aver studiato all’istituto “Lemmens” a Malines, culla di parte della cultura europea per la buona musica destinata all’organo (g.n.v.)

Nella Biblioteca del Conservatorio di Bruxelles è conservato un volume che raccoglie composizioni di autori diversi dal titolo «Choral-Vorspiele für die Orgel und das Klavier» stampato a Berlino nel 1790 (o 1791). L’edizione è curata da Johann Christoph Kunhau, «Kantor und Musikdirector».

Nato a Volkstädt Eisleben il 10 febbraio 1735, Kunhau si trasferì in seguito ad Aschersleben. Fu docente nel Seminario di Klosterberger dal 1753. Nel 1763 si trasferì a Berlino ove fu nominato Kantor (nel 1788) e dove morì il 13 ottobre 1805.

Diverse sono le particolarità che troviamo in questa pubblicazione che viene qui trascritta integralmente per la prima volta  in notazione moderna. Anzitutto il titolo, che sembra rimandare ad una semplice raccolta di corali; in realtà dei 35 brani presenti nel fascicolo ben 21 non portano il titolo di riferimento ad un corale, ma piuttosto indicazioni esecutive. Si tratta quindi di composizioni libere che possono essere utilizzate quali preludi generici ai corali nel rispetto della stessa tonalità/modalità.

Possiamo poi notare l’indicazione «für die Orgel und das Klavier», termine, quest’ultimo, utilizzato, in relazione alle diverse epoche, per indicare genericamente gli strumenti a tastiera oppure in dettaglio il clavicordo, in questo caso più comunemente citato come «clavier» con la lettera «c» iniziale.

Possiamo così supporre che si tratti di una raccolta di musiche per un organista domenicale, ovvero per il suo servizio liturgico, incarico spesso assunto dal maestro di scuola.

A questo proposito ricordiamo che la Biblioteca del Conservatorio di Bruxelles conserva un’altra raccolta di opere che può analogamente essere considerata come «Orgelbüchlein» di un organista, si tratta della collezione di Giacomo Poffa.

E’ anche vero che questa raccolta poteva invece appartenere ad un «dilettante», per le esecuzioni personali in casa, qualunque fosse lo strumento a tastiera disponibile e considerato adatto a questo repertorio.

A questo proposito è interessanti notare l’indicazione «Zwei Klavier und Pedal» che appare più volte nelle composizioni e che implica l’esecuzione su di uno strumento con due tastiere e pedaliera, anche se il brano è scritto semplicemente su due pentagrammi.

Sarà compito dell’esecutore, secondo una scelta di prassi, usare uno strumento con pedaliera secondo la prescrizione dell’autore oppure proporre i brani manualiter sulla tastiera di casa (qualora non si trattasse di un clavicembalo con pedaliera).

In questi casi inoltre non essendo indicata la voce da eseguire con il pedale, sarà ulteriore scelta dell’interprete la decisione se proporre il basso pedaliter con un registro da 16’, oppure il Choral con registri di 8’, 4’ o persino 2’ in relazione alla tastiera ed alla tessitura con chiari riferimenti alle abitudini seicentesche della Germania del Nord.

Mondi nascosti, mondi da riscoprire...

 

Claudio Greco e Marco Rossi

The last manuscript

 

Suono il mio virginale,

caro Byrd.

“All in a garden green”.

Sorrido e suono

e dentro sofre il cuore.

L’amore mio è lontano.

Il vento non gli porta

la musica dorata di

“A lesson of voluntarie”.

Sorrido e suono

e dentro sofre il cuore.

“Ut, re, mi, fa, sol, la.”

Note del mio dolore.

Anonimo, London, 1620

 

 

(a cura di Gian Nicola Vessia)

Variazioni modernamente stilizzate sui più conosciuti corali tedeschi di Jacques Berthier (1923-1994). Figlio d’arte, nel 1953 prese il posto del padre nella cattedrale di Auxerrre prima di incamminarsi verso Parigi per diventare organista titolare della chiesa dei Gesuiti nel 1961. La sua vicenda artistica è fortemente legata alla composizione delle melodie per la comunità di Taizé  per la quale il musicista collabora sin dal sorgere della comunità monastica, compilando un “canzoniere”, ormai conosciutissimo, con forme brevi e meditative.

Lennox Randall Francis Berkeley (1903-1989), un londinese più affine a Stravinskij o a Poulenc piuttosto che alla tradizione inglese. Questo “Andantino” per organo se ne sta isolato in un grande flusso di composizioni ora neoromantiche, ora atonali, ora seriali. Dall’opera lirica alle sonatine per strumenti: non manca nulla a questo docente di composizione della Royal Academy of Music di Londra. Baronetto dal 1957.

Copertina con alba volterrana e interno di una cattedrale dove dipinti e gruppi lignei si rincorrono alla ricerca di una pacata bellezza voluta dalle antiche maestranze cittadine. Dietro l’altare campeggiano le canne di un Tamburini che pare aspettare le note di Francesco Gabellieri, volterrano anch’egli, compositore e musicista dai colori decisi come quelli della sua terra. Da una antifona neogregoriana che dà il titolo al volume, fioriscono pagine destinate a mischiarsi al “cielo interno” di quel duomo o tra le volte di qualsiasi cattedrale di luoghi lontani...

continua...

“Fuga sul tema dello Stabat Mater” di Giuseppe Verdi, una pagina accademicamente importante scritta esattamente il 26 giugno del 1900 da Agostino Donini (1874-1937): è il grande e forbito contrappunto per la Licenza e Magistero d’Organo al Conservatorio di Milano. Questa fuga poggia su un robusto disegno strutturale con un incipit di carattere declamatorio che riporta l’atmosfera tesa e drammatica dell’opera verdiana. L’organo espone il tema della fuga così come il coro, nella pagina originale del maestro di Busseto, espone all’unisono le note di inizio che sono come chiodi infissi nella carne del Cristo. Anche nella prova doniniana, lo sviluppo organistico del contrappunto è ambientato nell’alveo del sol minore, ed è scolasticamente perfetto facendo di questa composizione una testimonianza di grande capacità nel trattare questa forma forse più cara ai musicisti d’oltralpe che non agli italiani del tempo, portati anche nel sacro ad un eccesso di ceciliano lirismo. Donini, allora all’inizio della sua carriera di brillante maestro di cappella, non tornò mai più a comporre per organo, se si eccettua una introduzione strumentale ad un mottetto (Gaudeamus, in “Melodie Sacre”, volume X, 1906, le famose raccolte corali dirette da Lorenzo Perosi), che Gian Nicola Vessia trascrisse e pubblicò, tramutando la severa introduzione organistica in una composizione a sé stante e di carattere strettamente liturgico. Un’altra storia curiosa si lega a questa unica e bellissima fuga: l’originale è andato disperso, probabilmente in un canale veneziano, da Giacomo Donini. Giacomo, figlio di Agostino, era un noto medico nella città lagunare, e confessò di non essersi accorto dello smarrimento del manoscritto mentre rientrava a casa, nel sestiere Castello. In quella palazzina che si sviluppava verso l’alto, al piano terreno si affacciava lo studio medico e un’ampia biblioteca con i manoscritti del padre musicista, oggi tutti conservati presso l’Archivio della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano. Fortunatamente una copia della fuga era già stata inviata proprio a Milano: nacque, così, una accurata trascrizione totalmente fedele all’originale. La “Fuga sullo Stabat Mater” fu suonata in pubblico, per la prima volta, nel 1962, in un concerto commemorativo venticinque anni dopo la morte di Donini. All’organo c’era il migliore dei suoi allievi: Alessandro Esposito (1913-1981), a sua volta eccellente organista e compositore.

                                                                                                                                      (Gabriele Buffa)

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